Σάββατο, 13 Ιουλίου 2019

LA LEZIONE DEI RUSSI AL PATRIARCA DI MOSCA


Riccardo Cristiano

La storia va sempre rispettata, e per farlo le Chiese devono dimostrare che loro si occupano dei territori e di chi li vive, non delle tribù. L'approfondimento di Riccardo Cristiano


C’è un mare in tempesta che non viene scrutato con la dovuta attenzione; è il mare dell’ortodossia. Ad agitarlo, fino a farlo diventare mare in tempesta, c’è la frattura quasi scismatica tra i patriarcati di Mosca e Costantinopoli. Mosca è il più forte patriarcato ortodosso, la legge dei numeri è chiaramente questa. Se i numeri vogliono dire qualcosa è Mosca quella che controlla il maggior numero di fedeli. Ma dall’inizio della storia dell’ortodossia il ruolo di primus inter pares lo esercita il patriarca di Costantinopoli, proprio per questo insignito del titolo di patriarca ecumenico, che infatti seguita a chiamarsi così, non certo patriarca di Istanbul. Costantinopoli e il patriarca che vive in quella città rappresenta la continuità di quella storia, il filo che unisce il passato e il presente ortodosso.

MOSCA E COSTANTINOPOLI AI FERRI CORTI

Ora accade che Mosca e Costantinopoli siano ai ferri corti: dopo una lunghissima disputa il patriarca di Costantinopoli ha deciso, in virtù del suo ruolo di primus inter pares, di accogliere la richiesta degli ortodossi ucraini di avere una propria Chiesa autonoma da Mosca. In precedenza erano parte del patriarcato di Mosca, ma come negare a milioni di fedeli il diritto a essere indipendenti da Mosca dopo una storia tremenda e un presente che parla di guerra? Quei fedeli hanno i loro diritti soprattutto se si considera la durezza e dolorosità non solo della storia ma anche del presente. Va poi tenuto presente che stiamo parlando di milioni di fedeli ucraini: e a Mosca sanno bene quanto i numeri contino.

I FEDELI DI ORIGINE RUSSA A PARIGI

Ora accade che il patriarcato di Costantinopoli abbia deciso di affidare alla cura del vescovo locale i fedeli di origini russe a Parigi. La questione va capita. Nel 1917, quando il patriarcato di Mosca era nella piena confusione per via della rivoluzione, molti fedeli fuggirono a Parigi. Lì venne costituito un loro esarcato, cioè una struttura autonoma collocata all’interno del patriarcato di Costantinopoli. L’esarcato ha la piena responsabilità delle chiese e del rito, e viene posto all’interno della giurisdizione del patriarcato di Costantinopoli. È stata questa nel tempo una piccola ma significativa storia europea, fatta di sostegno “fraterno” a chi era in difficoltà, fuggito dalla propria terra, bisognoso di sostegno e di mantenere un rapporto con la propria storia, con la lingua, con una cultura che non ha abbandonato ma dalla quale è dovuto fuggire; per non dare ragione a chi voleva spegnare quella tradizione e quella cultura.

LA SCELTA DI COSTANTINOPOLI

Ora, nel grande gelo tra Mosca e Costantinopoli causato dallo strappo sull’Ucraina, con Mosca che ha rifiutato la scelta di Bartolomeo, arrivando a proibire ai propri fedeli di partecipare ai riti del patriarcato ecumenico che ha osato toglierli il potere su Kiev, è arrivata la decisione, inattesa, di Costantinopoli su Parigi: via l’esarcato dei russi in Francia, loro e le loro chiese passano sotto la diretta gestione del vescovo locale. La decisione, dal sapore di ripicca, va capita. Le Chiese hanno cura di un territorio, non sono chiese nazionali. Se io emigro dall’Italia e vado in Svezia dopo un primo periodo, chiamiamolo di integrazione, diventerò o dovrei diventare uno svedese. Questo vale anche per i fedeli. Alla seconda o alla terza generazione ha senso per me rimanere in un contesto italiano? La chiesa italiana si occupa di questo territorio, delle sue problematiche e del suo bene, non dei pronipoti di un emigrato che devono inserirsi nella nuova realtà nella quale vivono. Possono preservare il valore del loro rito, ma non essere separati da quello che ormai è il loro territorio, la loro Chiesa. Ciò non toglie che la tempistica della decisione di Costantinopoli sia stata sbagliata soprattutto perché calata dall’alto, non discussa con loro; ma come spesso accade l’errore ha fatto emergere un problema.

IL PROBLEMA CHE È EMERSO

I 130 parroci dell’esarcato russo, insieme all’esarca ovviamente, si sono posti il problema di cosa fare. Chiedere a Costantinopoli di tornare sui suoi passi? Certo, possibile. Ma il contesto di oggi è un contesto di scontro frontale con Mosca. Se un esarcato russo chiede di tornare sotto la giurisdizione di Costantinopoli e non chiede di passare con Mosca non sta facendo uno sgarbo al grande fratello?Tempo fa, quando era responsabile delle relazioni internazionali, l’attuale patriarca di Mosca parlò diffusamente dell’importanza di considerare russi i “fratelli della diaspora”. Chiesa nazionale?

Sembra proprio che a Mosca, sempre più nervosa per le difficoltà a trovare espliciti sostegni nello scontro con Costantinopoli nelle Chiese sorelle, l’idea dell’affondo contro Costantinopoli sia piaciuta. E avrebbero chiesto all’esarca di proporre di caldeggiare proprio questo: basta con Costantinopoli, vogliamo tornare con Mosca. Nella pratica moscovita l’idea di chiesa nazionale, e nazionalista, c’è da sempre e molto forte. Ma fonti parigine assicurano che l’esperimento è andato male: 90 dei 130 parroci russi avrebbero detto di no. Perché? Forse perché la libertà è un bene contagioso, chi un secolo fa fuggì per salvaguardarla ha lasciato ai suoi figli proprio l’amore per la libertà, più che il mito di un’appartenenza identitarista, e nazionalista.

A riprova del fatto che i numeri non sono tutto nella vita, soprattutto spirituale. La grande lezione di questo storia sembra proprio qui: la storia va sempre rispettata, e per farlo le Chiese devono dimostrare che loro si occupano dei territori e di chi li vive, non delle tribù. Confronto che riguarda anche i cattolici.